Le quattordici e quattordici
Alle 14:14 di lunedì 14 settembre 2026 è arrivata una mail da New York. Era di poche righe, come scrivono le persone che scrivono per mestiere. Diceva che la mia proposta era stata letta con attenzione, che era parsa “intrigante e molto rilevante” per i lettori italoamericani, e che nel frattempo l’articolo era già stato scritto. Sotto c’era un link. Sopra il link, un titolo in inglese che ho dovuto leggere due volte: Gay Talese’s Ancestral Town of 4,000 Embraces Its 30,000-Strong Diaspora.
Il paese ancestrale è Maida. La firma è Grace Russo Bullaro.
Non ci credevo. L’ho detto a un amico, al telefono, e lui invece di congratularsi mi ha corretto: “Ma che dici, Grace è quella che ha intervistato Benigni dopo l’Oscar per La vita è bella”. E si è messo a cercare sul suo computer, e io lo sentivo battere sui tasti, e dopo un po’ ha detto: “L’ho trovata. Complimenti. Ho la pelle d’oca”. Anch’io, gli ho risposto. Poi siamo rimasti in silenzio tutti e due, che è la cosa che si fa quando una cosa è vera.
Chi è Grace
Bisogna dirlo, perché questa storia è fatta di persone e non di testate. Grace Russo Bullaro ha lasciato l’Italia a nove anni. Ha preso un dottorato in Letteratura comparata alla State University of New York e ha insegnato per più di venticinque anni nel Dipartimento di Inglese del Lehman College, City University of New York, dove oggi è professoressa emerita. Ha scritto e curato cinque libri, e sono cinque libri che parlano di noi anche quando non lo dicono: uno sul cinema di Roberto Benigni (2005), uno su Lina Wertmüller (2007), uno che si intitola From Terrone to Extracomunitario (2010) e che racconta come l’Italia sia passata dall’insultare i propri meridionali all’insultare i propri immigrati con la stessa faccia, uno sull’identità nazionale al tempo delle migrazioni (2014) e il primo volume accademico dedicato a Elena Ferrante (2016).
L’amico aveva ragione su Benigni, e la storia è ancora più bella di come l’aveva raccontata. Dopo aver ricevuto il libro che lei gli aveva dedicato, Benigni le scrisse per ringraziarla. Si scambiarono gli auguri per le feste. Poi lei gli chiese un’intervista, e lui disse di sì: Roma, due giorni, 2008, a parlare soprattutto di Dante. Oggi Grace è vicedirettrice dell’edizione inglese de La Voce di New York, il primo quotidiano digitale italiano in inglese negli Stati Uniti, fondato da Stefano Vaccara, con la redazione dentro il palazzo del Segretariato delle Nazioni Unite. La sua rubrica si chiama Insights on Currents, sguardi sulle correnti. È da lì che ha guardato Maida.
E ha guardato bene. Non ha ripubblicato un comunicato, ha scritto un pezzo suo, e nel pezzo non c’è una riga sbagliata. Ha preso i fatti e li ha rimessi in ordine per un lettore che vive a Toronto o nel New Jersey e che, magari, ha un cognome che finisce in vocale e la fotografia di una casa che nessuno in famiglia ha più visto da tre generazioni. Ha scritto che il registro non dà la cittadinanza e non dà la residenza, e che offre “qualcosa di più semplice e, a modo suo, più intimo: il riconoscimento ufficiale che andarsene non significava necessariamente la fine dell’appartenenza”.
Maida non può dare loro il passaporto. Può però dire loro che appartengono ancora a una storia iniziata lì.
Grace Russo Bullaro, La Voce di New York
Lo ha pubblicato nello stesso giorno in due lingue, in inglese per i figli di chi è partito e in italiano per noi. Una cosa del genere, a un paese di quattromila abitanti, non era mai successa.
Quindici anni a cercare Gay Talese
Adesso devo dire di Talese, perché il titolo è suo prima che nostro.
Joseph Talese era un sarto. Aveva imparato il mestiere a Maida e nel 1922 se ne andò a Ocean City, nel New Jersey, dove aprì una sartoria in un paese di protestanti severi. Il 7 febbraio 1932 gli nacque un figlio, Gay. Il figlio entrò al New York Times nel 1953 come fattorino di redazione, copyboy, diventò cronista nel 1956 e ne uscì nel 1965 per inventare, insieme a pochi altri, quello che tutti avrebbero poi chiamato New Journalism. Nel 1992 pubblicò Unto the Sons, seicento pagine passate a cercare Maida: il paese, i sarti, il cugino Antonio Cristiani che da Maida andò a Parigi a cucire per i signori, il bisnonno che non voleva che nessuno partisse. Quest’anno, in primavera, la New York Public Library ha acquisito il suo archivio. Dentro c’è anche Maida.
Per quindici anni, con #storiadimaida, abbiamo cercato Gay Talese in tutti i modi. Lettere, articoli, ricerche su Maida Vale, sulle tracce dei Cristiani a Parigi, sulla sartoria di Ocean City. Qualche giorno fa gli ho scritto un’altra volta, con il libro e la delibera del Consiglio comunale allegati, e mi ha risposto un server: la casella, diceva, si occupa solo dei problemi tecnici del sito. Ho scritto anche quello, e ho scritto che andava bene così.
E poi ho capito che stavamo facendo esattamente quello che aveva fatto lui.
Nel novembre del 1965 Esquire mandò Talese a Los Angeles per un ritratto di Frank Sinatra. Sinatra rifiutò l’intervista. Aveva il raffreddore, aveva da fare, aveva attorno una corte di persone incaricate di dire di no. Talese restò tre mesi. Parlò con tutti quelli che gli stavano intorno, guardò, prese appunti sui cartoncini delle camicie.
Forse non avremo il pezzo che speravamo, il vero Frank Sinatra, ma forse, proprio non ottenendolo, ed essendo respinti di continuo, ci avvicineremo alla verità su quest’uomo.
Gay Talese, lettera al direttore Harold Hayes, 1965
Nell’aprile del 1966 uscì Frank Sinatra Has a Cold. Nel 2003, per i suoi settant’anni, Esquire lo ha dichiarato il miglior articolo mai pubblicato nella storia della rivista.
Abbiamo fatto come lui. Non abbiamo avuto Talese, e allora abbiamo scritto attorno a Talese: il paese, il sarto, i cugini, la parola. E oggi, per la prima volta, Gay Talese compare in un quotidiano di New York insieme a Maida, e per una volta Maida non è la comparsa, è l’attore principale. Non credo che se ne dispiacerà. Questo mestiere lo ha insegnato lui a tutto il mondo.
Quelli che ci hanno creduto per primi
Prima di New York c’è stata una piazza. Va detto, e va detto con i nomi, perché la gloria si divide, altrimenti non è gloria.
Sabato 25 luglio 2026, ore 19:00, Piazza Skanderbeg, a Vena di Maida, nella rassegna Orizzonti Letterari ideata dall’assessora alla Cultura Merilisa Del Giudice, che si è battuta per essere la prima a presentare questo libro quando ancora nessuno sapeva bene che cosa fosse. Con lei il sindaco Salvatore Paone, che quella sera ha messo la faccia dell’Amministrazione su una parola che non esisteva, e Francesco Panza, presidente della Pro Loco di Vena. Ha dialogato con me l’architetta Mara Varia, che ha studiato il libro come si studia un progetto, e hanno letto Miriam Conidi, giovanissima, e Maria Teresa Riga di Vena, che ha letto il passo sulla storia del suo paese e ha fatto piangere la prima fila. In quella prima fila c’era il dottor Francesco Pileggi, l’uomo che aveva davvero accompagnato Gordon alla casa di sua nonna. C’era Vincenzo Trovato, presidente della Pro Loco di Maida, che ha detto “Maida e Vena sono una cosa sola” e ha commosso tutti. C’era Gregorio Colistra, che ha dichiarato in pubblico le sue origini venote. C’era il professore Giordano, che fino a quel giorno avevo sentito solo al telefono. La musica era di Roberta Ferraro e Francesco Miniaci, flauto e pianoforte. Alle nostre spalle un quadro di Annina Grande, uno scorcio di Vena com’era. E a pochi metri la lapide con le parole che Alexandre Dumas scrisse su Vena nell’autunno del 1835.
Ho scelto Vena per la prima uscita perché gli arbëreshë, arrivati lì nel Cinquecento con lingua, fede e vestiti intatti, sono il popolo più dimorante che conosco. Il loro motto, Gjaku ynë i shprishur, il sangue nostro sparso, dice la stessa cosa della Dimoranza con cinque secoli di anticipo. A quella sera ho poi dedicato un volumetto, ma un volumetto non basta. Se oggi Maida è a New York, ci è arrivata passando da quella piazza.
E poi c’è stata una stanza. Mercoledì 29 luglio 2026, ore 17:27, sala del Consiglio comunale. Dieci consiglieri presenti su tredici, maggioranza e opposizione, e nessun voto contrario alla delibera n. 25, Maida Città della Dimoranza: Registro Comunale dei Dimoranti, Certificato di Dimoranza, Giornata del Dimorante. L’hanno proposta i consiglieri Galdino Amantea e Antonio Sonetto del gruppo Costruiamo il Futuro, e prima ancora era nata da un’intuizione di Maria Concetta Pileggi, che poi ha fatto un passo indietro con un’eleganza che in politica si vede di rado. Ha presieduto Francesca Gigliotti. Il 7 agosto, di propria iniziativa, il responsabile dell’Area amministrativa Walter Perri l’ha trasmessa via posta certificata all’ANCI Calabria, alla Regione e alla Prefettura di Catanzaro. Un impiegato comunale che spedisce una delibera senza che nessuno glielo chieda: anche questo è un modo di crederci per primi.
Cambridge, New York
Qualche settimana fa è uscito un bel post con una ragazza di Maida che intervistava i suoi coetanei a Cambridge. Oggi un pezzo da New York. Niente male, per un paese di quattromila persone. Non lo dico per vantarmi, lo dico perché lo leggano i ragazzi: non è il paese che è piccolo, è il mondo che è grande, e dal paese ci si arriva.
La parola
Tutto questo però non sarebbe successo senza una parola, e la parola è l’anima di tutto.
Dimoranza sta nel primo Vocabolario degli Accademici della Crusca, Venezia 1612, e nell’edizione del 1729 ha accanto un verso di Guido Cavalcanti, “loco e dimoranza”. Per settecento anni ha voluto dire dimora, indugio, il tempo che una persona passa in un luogo. Poi si è addormentata, e la Treccani l’ha archiviata con la sigla che si mette alle parole finite: ant., antica. Il 12 giugno 2026 l’abbiamo tirata fuori dal cassetto e l’abbiamo rovesciata come un guanto.
Non più una persona che dimora in un luogo, ma un luogo che continua a dimorare in una persona, e nei figli di quella persona, anche quando non ci hanno mai messo piede.
Non è la nostalgia, che un ragazzo svizzero di diciannove anni inventò nel 1688 per dare un nome al male dei mercenari. Non è la restanza, che Vito Teti ha dato a chi resta. È il terzo caso, quello che le altre due parole lasciavano scoperto. Ed è, più o meno esattamente, l’argomento di Unto the Sons.
Grace, quando ha scritto l’articolo, non mi aveva ancora raccontato una cosa. L’ha fatto dopo, rispondendo al mio grazie, e adesso, con il suo permesso, la racconto a voi.
Aveva nove anni quando la sua famiglia decise di partire. Un giorno andò in classe con un depliant e lo fece vedere alla sua migliore amica, Giuseppina: “Questa è la nave su cui partiremo”. Poi partì. E per decenni non seppe che Giuseppina aveva pianto per giorni, che l’aveva cercata per anni e anni senza trovare un recapito, e che quando finalmente c’era riuscita aveva organizzato una riunione con tutti i vecchi compagni di scuola.
Ricordo come se fosse ieri che sei venuta in classe e mi hai fatto vedere il depliant, e per me è stato uno schianto.
Giuseppina, a Grace, decenni dopo
“Nemmeno io ci avevo mai pensato in quel modo”, mi ha scritto Grace, “nonostante abbia scritto cinque libri che trattano di immigrazione”. L’emigrazione è dolorosa per chi parte e per chi resta. Cinque libri, una cattedra a New York, e la verità gliel’ha detta una compagna di banco.
Giuseppina è morta due anni fa. Grace me lo ha scritto in una riga, come si scrivono le cose che non reggono più di una riga. La bambina che aveva pianto per giorni ha fatto in tempo a ritrovare l’amica, a riunire la classe, a dirle quello che aveva tenuto dentro per mezza vita. Poi se n’è andata. E da allora è Grace, dall’altra parte dell’oceano, a portarla con sé: un luogo che continua a dimorare in una persona, e una persona che continua a dimorare in un’altra.
Ecco l’altra metà della parola, quella che nel mio libro c’era meno. La Dimoranza non è soltanto il luogo che continua a vivere in chi è partito. È anche la sedia vuota che continua a vivere in chi è rimasto al banco. Il registro di Maida scrive i nomi dei primi. Giuseppina, senza saperlo, ha scritto il nome dei secondi. Nel secondo volume ci saranno tutte e due, Grace con il suo permesso e Giuseppina con il suo nome, perché il capitolo che mi mancava è arrivato da New York in una mail di quattro righe, e una di quelle righe era un addio.
Alle quattordici e quattordici di un lunedì di settembre un paese di quattromila abitanti si è svegliato a New York. Aveva con sé un sarto partito nel 1922, un figlio che ha insegnato a scrivere all’America, un depliant con una nave e la bambina che lo guardò, una piazza di arbëreshë e un registro appena aperto in un municipio di Calabria. E, come sempre a Maida, è soltanto l’inizio.